Parrocchia Santa Maria a Quarto - Bagno a Ripoli

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11/04/21 - 2a domenica di Pasqua

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2a Domenica di Pasqua - anno B

«Mio Signore e mio Dio!».

Questa pagina di Vangelo, da qualsiasi prospettiva si mediti, è splendida come il messaggio che propone alla nostra riflessione. La Buona notizia non può essere letta come un susseguirsi di fatti che hanno del miracoloso, piuttosto come un semplice e progressivo invito rivolto all'uomo ad aprire totalmente l'anima al nuovo in essa contenuto. Il riposo di Dio nel settimo giorno non ha interrotto la creazione, perché l'ottavo giorno, quello della risurrezione, ha spalancato le porte a un'epoca nuova. Tutta la storia c'insegna che la creazione non è mai finita, ma continua attraverso l'uomo nella misura in cui questi accoglie l'invito a partecipare al disegno di salvezza che Dio ha per l'umanità. Per comprendere ciò l'evangelista Giovanni oggi ci fa compiere un percorso semplice e lineare.

Gesù, nel momento della gloria, quando incontra la morte per amore, ci offre la salvezza che però noi possiamo cogliere solo se facciamo esperienza della sua risurrezione.

La comunità è il luogo privilegiato di questa esperienza. È la comunità che accoglie il messaggio di Gesù e, comportandosi di conseguenza, dà testimonianza della sua risurrezione. È nella comunità riunita per celebrare l'eucaristia che Gesù si manifesta. I discepoli sanno che il Signore è risorto ma non sono avvantaggiati da questa conoscenza: infatti, pur essendo lo stesso giorno in cui Pietro e Giovanni hanno visto il sepolcro vuoto e il giorno in cui Maddalena ha riferito di avere incontrato Gesù, essi si sono barricati per paura. La paura fa sprangare le porte e le porte chiuse ...apri il file...

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04/04/21 - Pasqua del Signore [messa del giorno] (foglietto per la messa)

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Pasqua di Risurrezione - anno B

«Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto»

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Ultimo aggiornamento Venerdì 02 Aprile 2021 15:29
 

03/04/21 - Pasqua del Signore

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IL TRIDUO PASQUALE

Con i vespri del giovedì, termina il tempo di Quaresima ed ha inizio il Triduo pasquale che, a sua volta, finirà con i vespri della domenica di Pasqua. I giorni che vanno dal giovedì santo alla domenica di Pasqua sono quattro e non tre come intuitivamente ci suggerisce la parola “triduo”. Di fatto, però, le ore complessive che ne determinano la durata sono settantadue pari cioè a tre giorni di ventiquattro ore ciascuno. Ciò è dovuto al modo con cui oggi individuiamo l’inizio e la fine del giorno che non coincide con quello in uso nell’antichità ebraica. Infatti, per gli ebrei il giorno non iniziava dalla mezzanotte, ma era anticipato ai vespri (circa le attuali ore 18:00) per cui l’inizio del triduo non cadeva di giovedì, bensì di venerdì.
Il Triduo pasquale, come tempo liturgico, si colloca tra la Quaresima e il Tempo pasquale. Sempre per il nostro modo di computo, come sopra detto, si verifica che il giovedì santo e la domenica di Pasqua fanno parte contemporaneamente di due tempi liturgici. Il giovedì appartiene sia alla Quaresima, che termina con i vespri, sia al Triduo, mentre la domenica, terminando con i vespri, appartiene sia al triduo sia al Tempo pasquale.
In questi tre giorni, i più importanti della liturgia, la Chiesa ci invita a meditare sul mistero della Passione, Morte e Resurrezione di Gesù Figlio di Dio. In particolare il triduo inizia il Giovedì santo con la messa vespertina in “Cena Domini”, continua il Venerdì santo con la solenne celebrazione de “la passione del Signore” e termina con la Veglia pasquale, centro del triduo, che si tiene nella notte fra il sabato e la Domenica di Pasqua. Questi tre momenti, celebrati in tre giorni diversi, idealmente costituiscono una sola unità. Infatti, se poniamo particolare attenzione, noteremo che la messa del Giovedì santo inizia con l’invito usuale del celebrante (Nel nome del Padre…) e termina in silenzio, senza il saluto, la benedizione e il congedo, con la reposizione del SS. Sacramento e la spoliazione dell’altare, quasi ad annunciare l’azione liturgica del Venerdì. A sua volta la Passione del Signore non inizia con il segno della croce e il saluto, ma in silenzio, con la prostrazione dei ministranti davanti all’altare e termina senza saluto, con una benedizione richiesta al Padre ma non impartita dal celebrante. Infine, la Veglia pasquale inizia, sulla linea della continuità, senza il segno della croce e il saluto, ma con la liturgia della luce e chiude il triduo con il saluto, la benedizione e il congedo finali.

Giovedì santo

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Nella messa vespertina “In cena Domini”, prima celebrazione del Triduo pasquale, noi facciamo il memoriale della cena del Signore.
La Parola del Signore che si legge in questa messa è molto indicativa. Infatti, il cuore della Parola, nell’Esodo ci esorta: “Questo giorno sarà per noi un memoriale. Lo celebrerete come festa del Signore per sempre” (Es 12,1‑8.11‑14), in S. Paolo ci ricorda: “Ogni volta che celebrate questa cena, annunzierete la morte del Signore, fino al suo ritorno” (1Cor 11,23‑26) e, infine, in Giovanni, ci svela il senso della Cena: “Sono venuto non per essere servito ma per servire e dare la vita per il mondo” (Gv 13,1‑15).
Chi segue Gesù deve essere pronto a farsi pervadere dal mistero dell’amore del Padre sempre presente nella storia e la liturgia, durante il triduo pasquale, in modo particolare attraverso i segni, ci indica il cammino da percorrere per accogliere questo mistero.
La Pasqua cristiana affonda le sue radici in quella ebraica. La liberazione dell’uomo inizia proprio dalla liberazione del popolo ebraico dall’Egitto. Il passaggio del popolo ebraico dalla schiavitù alla libertà, è espresso nella storia attraverso i segni dell’agnello e delle erbe amare che ricordano l’amarezza della schiavitù in Egitto.
Il passaggio dalla Pasqua ebraica a quella cristiana avviene con l’ultima cena di Gesù: ultima celebrazione del rito ebraico, prima celebrazione del rito cristiano; ultima come ricordo della schiavitù d’Egitto, prima come promessa di liberazione dal peccato. Con la cena, di cui oggi facciamo memoriale, finisce l’antico e inizia il nuovo. I segni sono quelli del pane e del vino che rimangono sulla tavola come sempre.
In questa messa si celebra l’accettazione da parte di Gesù della sua morte come abbandono totale al Padre e, insieme, come redenzione del mondo: si offrì come chi è dato alla morte, come l’agnello pasquale ebraico. Gesù sedette a mensa con i suoi amici: l’uomo è più intimamente unito a quelli che ama nel gesto del mangiare e del bere insieme, cibo e bevanda presi come frutti di quell’unica terra che nutre tutti gli uomini. Nella cena si compie, così, l’inizio della sua passione redentrice come puro abbandono al volere del Padre. Al banchetto Gesù sta dinanzi ai suoi discepoli come chi si consacra alla morte per loro: «Prendete e mangiate ... »: lasciandosi mangiare entra, penetra nell’intimo dell’esistenza di ciascuno e vi rimane come reale presenza dell’amore del Padre; allora anche i discepoli mangiano e si sentono come Gesù mangiati per la vita, chiamati a morire per la vita; mangiano e sperimentano la comunione con Dio e con i fratelli; mangiano e sentono nascere nel cuore la vocazione a essere mangiati, come Gesù è mangiato.
La lavanda dei piedi ha, soprattutto, una portata educativa del segno del pane: come Cristo ha offerto la propria vita al Padre anche noi dobbiamo offrire la nostra vita a Cristo: lavare e baciare i piedi del fratello è come lavare e baciare i piedi di Cristo.
La liturgia termina con altri due segni: la processione e la reposizione del pane, custodito e adorato. Nella processione il Cristo, che ripercorre le strade della nostra esistenza, è segno della vicinanza assoluta di Dio nella nostra vita, mentre noi, attraverso l’amore e il servizio siamo segno dell’assoluta vicinanza di Dio all’uomo.
Infine, la nostra preghiera dinanzi all’eucarestia, cioè al pane frutto che scaturisce dalla morte del seme e, quindi, segno del cammino interiore dell’offerta, esprime l’adesione al progetto di Dio che nel Cristo diviene amore-dono-offerta.

Venerdì santo

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Il segno proposto dalla liturgia del Giovedì santo è il pane. Al termine della messa del Giovedì santo noi abbiamo portato processionalmente l’eucaristia all’altare della reposizione e siamo stati invitati a fermarci in adorazione. Il simbolo del pane è molto chiaro basta pensare come si arriva dal chicco al pane. Il chicco deve essere interrato e marcire per aprirsi in una spiga rigogliosa e biondeggiante al sole della primavera. Il chicco deve essere macinato, impastato e cotto per allietare con la sua fragranza la nostra tavola. In Giovanni il concetto è molto chiaro: Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.” (Gv 12-24). Il triduo pasquale ci propone sempre la morte e la vita che si affrontano in un duello straordinario da cui uscirà sempre vincitore il Signore della vita che, ora, regna vivo. Dopo l’inverno prorompe sempre la primavera.
Il segno indicato, oggi, dalla liturgia è la croce, simbolo di morte e di vita. Oggi il dolore diventa celebrazione: oggi, in quella croce che noi adoreremo c’è tutto il dolore del mondo tutta la violenza che l’uomo ha sofferto da sempre e ancora subisce.
Cristo non ha risolto il problema del dolore; non è venuto per eliminarlo: Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.” (Mt 16-24), ma ha proposto di elevarlo a valore cambiandogli il significato: il dolore, sull’esempio della Sua passione, diviene il luogo del massimo amore. «La croce ‑ dirà Paolo ‑ è follia... i giudei reclamano miracoli, i greci vanno in cerca di sapienza, noi invece predichiamo Cristo crocifisso, scandalo e follia» (1Cor 1,22‑24). Cosa c'è di più pazzo di un Dio che muore per l'umanità e in che modo poi? Ma, se ci pensiamo bene, questo tipo di pazzia non è così lontano da noi. Quante volte gli innamorati si dicono: “Per te farei pazzie!”. Ora se questo è per gli uomini solo un modo di dire, per Dio è la realizzazione di un progetto: Dio è innamorato davvero dell’umanità e ha a cuore che acquisti la salvezza e, pertanto, non può fare a meno di recuperarla attraverso il patibolo della croce, pagando il prezzo di riscatto per i peccati di tutti.

Sabato santo

(Veglia pasquale)

 

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Il chicco di grano è stato interrato, è marcito sotto terra, ma il suo germoglio non è ancora spuntato alla luce del sole. Così anche Cristo, come il chicco di grano, è morto ed è stato sepolto insieme alle speranze dei pochi che lo seguivano e alle nostre, inevitabilmente racchiuse nella tomba sigillata da quella grossa pietra. Delusione che cresce con il lento avvicinarsi del masso all’imboccatura del sepolcro. Quando, dentro la tomba, non potrà più filtrare neppure un tenue raggio di luce, la speranza dell’uomo cederà il posto alla disperazione.
Il sabato viviamo lo stupore silenzioso e doloroso di quanto abbiamo vissuto il venerdì. Il Cristo, la Parola scesa in terra per parlare e comunicare con l’uomo, per rivelarci Dio, tace e mostra l’estrema debolezza nell’obbedienza al Padre; ma la Parola del Padre parla anche quando tace. Il sabato viviamo il silenzio nel seno della terra dove il chicco è sotterrato. Il sabato viviamo il silenzio della tomba dove il Cristo è stato sepolto; un silenzio drammatico se non fosse alimentato dalla speranza del domani, quando la morte sarà vinta. Domani dalla terra spunterà il germoglio del grano e la sua spiga, piena di promesse, biondeggerà al sole e, insieme con il Cristo, anche i tempi nuovi, usciranno dalla tomba.
Ora, però, la speranza vince lo stupore e il silenzio di disperazione si trasforma in attesa vigile. Questa speranza è alimentata dalla liturgia che con la parola e i segni ci dispone all’attesa della risurrezione la pienezza della Pasqua, del passaggio dalla morte alla vita, dal peccato alla salvezza.
La liturgia, infatti, si svolge, attraverso il seguente percorso:

Liturgia della luce con i seguenti segni:

  • il fuoco: Dio nell’antico testamento, più volte, si è manifestato nel fuoco. Il fuoco è benedetto perché sia l’immagine di Dio presente. Al fuoco è acceso il cero pasquale a immagine del Padre che genera il Figlio. Dio da Dio, luce da luce.
  • Il cero pasquale: simbolo di Cristo risorto, luce che illumina il mondo e vince la notte. Sul cero è tracciata una croce e inciso l’anno corrente per proclamare Cristo il Signore dei secoli. La processione dietro il cero indica la luce di Cristo che, avanzando nel buio, rischiara per noi la notte, come la nube luminosa guidò il cammino agli ebrei.

Al termine della processione dietro il cero simbolo di Cristo risorto, è cantato il “preconio”: una splendida antica preghiera che annuncia il messaggio della risurrezione e celebra le grandi meraviglie operate da Dio in questa santa notte.

Liturgia della parola dove l’attesa nella speranza si riempie di memorie, rivive le tappe della storia del popolo eletto e celebra, in essa, gli incredibili interventi di Dio nella storia dell’uomo.

Liturgia battesimale.
Nella liturgia battesimale i simboli sono diversi. Innanzitutto la sorella acqua, la quale è molto utile et humile et pretiosa et casta.” (Cantico delle creature – Francesco d’Assisi). Il simbolo dell’acqua è universale; è il segno della vita, lo sappiamo tutti perché conosciamo il dramma che si sta profilando all’orizzonte dell’umanità: la mancanza di acqua. Per il cristiano l’acqua significa passare dalla schiavitù alla libertà. Attraverso il battesimo noi diventiamo figli di Dio.
Gli altri simboli sono la veste bianca segno dell’uomo libero, figlio di Dio erede della vita eterna e la candela accesa che rappresenta la luce del Cristo che guida l’uomo.

Liturgia eucaristica

La Veglia santa non può terminare che con la celebrazione dell’Eucarestia che, come abbiamo visto il Giovedì santo e il Venerdì santo, esprime pienamente il significato della Pasqua. Finalmente quel chicco di grano, che abbiamo seguito nella sua parabola, è pane fragrante sulla nostra mensa.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 31 Marzo 2021 16:34
 

28/03/21 - Domenica delle Palme

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Domenica delle Palme - anno B

"È molto più facile mettersi con l'immaginazione
al posto di Dio creatore,
piuttosto che a quella del Cristo crocefisso".

Marco pone continuamente nel suo Vangelo, ogniqualvolta Gesù parla o opera con segni, una precisa domanda: chi è Gesù?
Da parte sua, Gesù continuamente cerca di far comprendere la sua vera identità, ma chi lo vede e lo ascolta, a cominciare dai discepoli, non riesce a rendersi conto di quanto gli viene rivelato. Lo schema è sempre lo stesso: comunicazione ai discepoli da parte di Gesù, incomprensione dei discepoli, spiegazione di Gesù. Per tre volte Gesù ha comunicato ai discepoli che deve andare a Gerusalemme per morire e poi risorgere, per tre volte loro non hanno compreso il messaggio e per tre volte, infine, egli si sofferma a dare spiegazioni.
Il primo annuncio avviene per strada mentre Gesù si dirige verso i villaggi intorno a ... apri il file...

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